Dopo la regolarizzazione posso cambiare lavoro?

21 Luglio 2010

Sono stata regolarizzata  come colf con la sanatoria del settembre scorso. Ora ho trovato un nuovo lavoro come impiegata:  posso  cambiare lavoro? Come devo fare?

Risponde l’avv.Mariangela Lioy

Sì, puoi farlo, nel momento in cui hai ricevuto il tuo permesso di soggiorno per lavoro subordinato non hai più vincoli con il tuo datore di lavoro.

Per  legge il permesso di soggiorno per lavoro, rilasciato al lavoratore domestico consente di svolgere qualsiasi tipo di attività lavorativa sia di tipo subordinato, come nel tuo caso, che di tipo autonomo. Se si svolge attività autonoma,  bisognerà chiedere la conversione del permesso al momento del rinnovo.

Il tuo nuovo datore di lavoro deve fare la comunicazione di assunzione al Centro per L’Impiego e deve inviare tramite raccomandata con ricevuta di ritorno il contratto di soggiorno (modello Q) allo Sportello Unico per l’immigrazione della provincia in cui si volge l’attività lavorativa on  in alternativa, tra quello della: provincia di residenza del datore di lavoro o della  provincia della sede legale dell’impresa.

 L’ invio del modulo deve avvenire entro 5 giorni dall’instaurazione del rapporto di lavoro.

Il modulo deve essere compilato in ogni sua parte in modo preciso. Ti verranno chieste informazioni sul nuovo lavoro che andrai a svolgere come ad esempio che tipo di contratto collettivo ti verrà applicato (trovi modulo e tipi di contratti a questo indirizzo: http://www.lavoro.gov.it/Lavoro/md/AreaSociale/Immigrazione/modellicontrattisoggiorno.htm ).

 Sulla cartolina della ricevuta di ritorno, deve essere indicato sia il nominativo del datore di lavoro che quello del lavoratore e l’indirizzo del datore.

Ti ricordo che quando rinnoverai il tuo permesso di soggiorno dovrai tramite l’apposito kit postale indicare il nuovo datore di lavoro ed inoltre dovrai indicare le nuove condizioni contrattuali. Inoltre,  per evitare eventuali lungaggini nella procedura,  ti conviene inserire nel kit tutta la documentazione riguardo al rapporto di lavoro, all’alloggio e  una copia del nuovo contratto di soggiorno sottoscritto.

 

Tratto dal sito: www.stranieriinitalia.it

 

Carta di soggiorno, che reddito serve?

14 Luglio 2010

13 luglio 2010 - È vero,  per chiedere la carta di soggiorno (permesso di soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo) bisogna possedere determinati requisiti e tra questi c’è anche il possesso di un reddito minimo non inferiore all’importo annuo dell’assegno sociale.

Se si chiede la carta anche per i propri familiari la soglia di reddito è più alta: l’importo annuo dell’assegno sociale va aumentato della metà per ognuno di essi. Per due o più figli minori di 14 anni, la disponibilità economica richiesta non deve essere inferiore al doppio dell’assegno sociale annuo.

Ai fini della determinazione del reddito si tiene conto anche del reddito complessivo annuo dei familiari conviventi con il richiedente.

Considerando che l’importo dell’assegno sociale per il 2010 è di € 5.349,89 euro, se la richiesta della carta di soggiorno riguarda solo te devi avere un reddito di almeno € 5.349,89, se invece riguarda  anche un familiare sale a € 8.024,83, con 2 familiari (o due o più figli minori di 14 anni) a € 10.699,78, con 3  a € 13.374,72, con 4 familiari a € 16.049.

Ti ricordo che il reddito richiesto ai fini del rilascio del permesso di soggiorno CE è lo stesso previsto per la richiesta del Ricongiungimento Familiare perché così stabilisce l’art.9, comma 1, del Testo Unico Immigrazione, del Decreto Legislativo 286/98.

Per quanto riguarda gli altri requisiti, naturalmente devi possedere un permesso di soggiorno in corso di validità (o in fase di rinnovo) da almeno 5 anni, di lunga durata (escluso il permesso per motivi di studio o formazione professionale, per motivi umanitari- protezione sussidiaria-protezione sociale, per asilo e richiesta asilo), e non aver riportato condanne penali in Italia e non esser considerato una minaccia per l’ordine pubblico e la sicurezza sociale.

Per richiedere il permesso di soggiorno CE è necessario utilizzare gli appositi moduli  che si possono trovare  presso gli uffici postali abilitati, e spedire la domanda tramite gli stessi uffici postali.

Avv. Mariangela Lioy

Fonte dal sito: www.stranieriinitalia.it

 

LINEA AMICA IMMIGRAZIONE

13 Luglio 2010

Ecco il link per saperne di più sul nuovo servizio istituito dal Ministero per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione gestita dal Formez, rivolto a tutti i cittadini stranieri ed italiani che necessitano di infotrmazioni sulle tematiche dell’immigrazione, sul lavoro domestico e sullo stato delle pratiche.

http://www.lineaamica.gov.it/node/1082

 

Fonte dal sito: www.stranieriinitalia.it

 

Carceri. Alfano: “Difficile rimpatriare i detenuti stranieri”

13 Luglio 2010

“I trattati bilaterali sul  trasferimento dei detenuti stranieri nelle carceri dei loro Paesi  non stanno funzionando, poiché serve sempre il consenso dei  detenuti”. Così il Ministro della Giustizia, Angelino Alfano, sullo stato delle carceri italiane, durante il convegno sull’attività internazione dl Csm tenutasi ieri a Palazzo dei Marescialli.

Per il Guardasigilli, il tema delle carceri è ”un problema  europeo: il fatto che in Italia ci siano molti detenuti stranieri che  nella maggior parte dei casi si rifiutano di firmare per scontare la  pena nel loro Paese -ha concluso- vuol dire da un lato che le nostre  carceri, nonostante i disagi vengono viste come approdo sicuro,  preferibili ai penitenziari del loro Paese d’origine ma significa anche che i trattati bilaterali non stanno funzionando.

Attualmente, secondo i dati del Ministero della Giustizia nelle carceri italiane sono presenti  quasi 25mila stranieri su 68mila detenuti (oltre il 30%), e solo la metà sono condannati in via definitiva. I più numerosi sono i marocchini, seguiti da rumeni, tunisini e albanesi, comunità che raccolgono oltre la metà dei detenuti stranieri.

Secondo il Sappe (Sindacato autonomo della polizia penitenziaria) è necessario rivedere certe norme eccessivamente “garantiste” e la presenza di stranieri è uno dei punti critici del sistema carcerario italiano. “Non è possibile che chi si e’ reso responsabile di reati in Italia, più o meno gravi, abbia la facoltà di decidere come e dove scontare la propria pena” ha commentato Donato Capece, segretario generale del sindacato.

“Lo scorso anno, ben 3.688 su 5.714 atti autolesionistici sono stati compiuti da detenuti stranieri” sottolinea ancora Capece. “Le motivazioni sono varie: esasperazione, disagio, l’impatto con la natura dura e spesso violenta del carcere, insofferenza per le lentezze burocratiche, convinzione che i propri diritti non siano rispettati, voglia di uscire anche per pochi giorni, anche solo per ricevere delle cure mediche. Ecco queste situazioni di disagio si accentuano per gli immigrati, che per diversi problemi legati alla lingua e all’adattamento”.

Marco Iorio

Fonte dal sito:  www.stranieriinitalia.it

 

Sommerso e infortuni: il lato oscuro del lavoro domestico

13 Luglio 2010

13 luglio 2010  - Sono 2 milioni 412 mila le famiglie italiane che ricorrono ai servizi di collaboratori domestici (una su dieci), che nel 2009 hanno raggiunto la cifra record di 1 milione 538 mila (+42% rispetto al 2001, quando erano 1 milione 83 mila). A contarle è una ricerca del Censis presentata oggi a Roma che evidenzia anche il lato oscuro del lavoro domestico.

Gli infortuni
Molti i rischi per chi lavora nelle case. Nel 2008 sono stati registrati 3.576 infortuni riguardanti il personale domestico, di cui 2 mortali. Ma l’indagine del Censis rivela cifre molto più preoccupanti. Il 44,3% dei lavoratori intervistati dichiara di avere avuto almeno un incidente sul lavoro nell’ultimo anno. E tra gli stranieri l’incidentalità è più alta: ha riguardato il 46,3% contro il 39,6% degli italiani.

Nella casistica degli incidenti dei collaboratori domestici, gli episodi più frequenti sono bruciature (18,7%), scivolate (16,1%), cadute dalle scale (12,2%), ferite provocate dall’utilizzo di coltelli (8,6%), strappi e contusioni (7,6%), intossicazioni con prodotti per pulire (4,2%) e scosse elettriche (3,6%). Si tratta di incidenti che causano spesso (nell’84,5% dei casi) conseguenze fisiche per il lavoratore, principalmente contusioni o lussazioni (29,5%), ferite (20,8%), ustioni (18,8%) e anche fratture (9%).

In molti casi i danni sono di lieve entità e non comportano l’inabilità al lavoro (48,6%). Per il 31,5% si determina però una inabilità temporanea parziale, totale nel 18,2% dei casi, l’inabilità permanente per l’1,7%. Una quota non trascurabile di infortuni (il 28,5%), oltre a produrre effetti sulla salute, rende necessaria l’assenza dal lavoro: superiore a tre giorni nel 18,8% dei casi, superiore alla settimana nell’11,9% dei casi.

Rischi sottovalutati
Le principali cause degli incidenti sono la disattenzione (55,7%), l’imperizia o i comportamenti azzardati (18,2%), poi la mancata o cattiva manutenzione di oggetti e impianti (10,9%), eventi imprevisti come la rottura di strutture (9,5%), oppure la disattenzione e imperizia altrui (7,6%).

Bassa la consapevolezza sui rischi. Colf e badanti Spesso continuano a lavorare anche in caso di stanchezza o malessere fisico (67,9%), effettuano piccole riparazioni elettriche senza curarsi di staccare la corrente (44,4%), utilizzano nuovi elettrodomestici senza leggere le istruzioni (38,3%), non verificano la data di scadenza degli alimenti che cucinano per la famiglia (33,7%), solo il 25,8% indossa scarpe antiscivolo quando necessario, il 24,7% utilizza apparecchi elettrici con le mani bagnate, il 12,8% non usa guanti maneggiando prodotti nocivi, al 10% capita di spegnere apparecchi elettrici tirando i fili della spina, al 7,6% di dimenticare il ferro da stiro acceso.

Inoltre, solo il 37,7% dei lavoratori di origine immigrata dichiara di capire pienamente il significato di istruzioni ed etichette, mentre il 15,3% ne comprende solo una piccola parte o nulla.

Poca prevenzione
Il 12,4% dei collaboratori domestici dichiara di non preoccuparsi più di tanto della propria sicurezza, e chi lo fa preferisce le soluzioni «fai da te»: per tutelarsi dai rischi il 46,1% si affida esclusivamente all’esperienza, il 18,6% pensa che sia sufficiente essere concentrati durante lo svolgimento delle mansioni, e solo il 22,9% dichiara invece di informarsi sulla materia.
La tendenza a sottovalutare i rischi di infortunio emerge anche nel rapporto tra lavoratori e famiglie. Se nella maggior parte delle situazioni queste ultime sono al corrente dell’incidente avvenuto, perché presenti in casa al momento dell’accaduto (38,7%), perché le conseguenze fisiche sono state rilevanti (15,7%) o perché il collaboratore reputa doveroso informarle (16%), spesso le famiglie restano all’oscuro (27,5%): nel 18% dei casi i lavoratori domestici non lo comunicano perché l’incidente è di lieve entità e privo di conseguenze, ma anche per paura di essere rimproverati (5%) o licenziati (4,5%).

La sicurezza sembra essere un problema avvertito solo in parte dalle famiglie: un lavoratore su tre denuncia di non ricevere alcun supporto in tal senso da parte dei datori di lavoro (32,6%).

L’identikit
Donna, giovane, immigrata: è questo il profilo del collaboratore domestico che emerge dall’indagine del Censis.
In prevalenza, infatti, si tratta di donne (82,6%) e stranieri (71,6%) provenienti dall’Europa dell’Est: Romania (19,4%), Ucraina (10,4%), Polonia (7,7%) e Moldavia (6,2%). Numerosi sono anche i filippini: il 9% del totale.

 Il 51,4% ha meno di 40 anni (il 57,3% tra gli stranieri). Il livello di istruzione di colf e badanti straniere è più alto delle loro colleghe italiane: il 37,6% possiede un diploma di scuola superiore e il 6,8% una laurea, contro rispettivamente il 23,2% e il 2,5% dei collaboratori domestici italiani.

La maggioranza (55,4%) lavora per una sola famiglia, mentre il 44,6% è «pluricommittente»: il 15,4% lavora per due famiglie, il 13,6% per tre, il 9,8% per quattro e il 5,7% per più di quattro. Il 26,5% alloggia presso la famiglia per cui lavora. In media, l’anzianità di servizio è attorno a 7 anni, con il 33,1% dei collaboratori domestici impiegati da meno di 4 anni, il 26,1% da 4-6 anni e il 17,3% da oltre 10 anni.

La paga mensile media è di 900 euro netti. La maggioranza guadagna meno di 1.000 euro netti al mese: il 22,9% meno di 600 euro, il 20,2% da 600 a 800 euro, il 24,5% tra 800 e 1.000 euro. Ma per una fetta consistente dei collaboratori domestici (il 32,4%) la retribuzione netta mensile supera la soglia dei 1.000 euro (il 14,6% guadagna più di 1.200 euro).

Il sommerso
Se il 38,2% del campione dichiara di svolgere un lavoro totalmente in regola, l’irregolarità contrattuale continua a rappresentare una condizione molto diffusa, che riguarda il restante 61,8% di colf e badanti. Il 39,8% degli intervistati dichiara di essere totalmente irregolare e il 22% si districa in una giungla di rapporti a volte regolari, altre volte no, o rispetto ai quali vengono versati contributi per un orario inferiore a quello effettivamente lavorato.

A lavorare completamente in nero sono il 53,9% dei collaboratori domestici italiani e il 34,7% degli stranieri, interessati ad avere un contratto per ottenere il permesso di soggiorno. Al Sud il livello di irregolarità sale al 72,7%, con il 58,8% dei collaboratori domestici che dichiarano di essere totalmente irregolari e il 13,9% parzialmente irregolari.

In termini di evasione contributiva, su 100 ore lavorate sono soltanto 42,4 quelle per cui vengono effettivamente versati i contributi. Quasi 6 ore di lavoro su 10 risultano quindi prive di qualsiasi forma di copertura previdenziale, al di fuori del quadro di regole, tutele e garanzie previste dalla legge.

Fonte dal sito: www.stranieriinitalia.it

 

Regolarizzazione finita per due su tre

13 Luglio 2010

Regolarizzazione  finita, la stragrande maggioranza delle volte bene, per quasi due terzi dei trecentomila lavoratori domestici  coinvolti. Ma c’è una situazione a macchia di leopardo, con province che hanno già smaltito tutte  le domande e altre che sono solo all’inizio del cammino.

Il ministero dell’interno ha pubblicato ieri un report aggiornato al 5 giugno secondo il quale il 65% delle domande di regolarizzazione sono ormai “definite”, si sono cioè concluse con la firma del contratto di soggiorno tra famiglie e lavoratori (59%), oppure con una rinuncia o una bocciatura (6%).  In termini assoluti, su 295 mila domande, si registrano 174 mila contratti firmati, 2 mila rinunce, 16 mila rigetti e 173 mila permessi di soggiorno richiesti dai lavoratori.

I dati sulla nazionalità dei lavoratori rivelano che questa diventa un fattore chiave per l’andamento della domanda, come se su alcune comunità ci fossero più controlli e bocciature, forse dovuti alla maggiore incidenza di truffe o comunque di situazioni poco chiare. Considerando quelle maggiormente coinvolte nella regolarizzazione: Ucraina (37 mila domande, nel 73% dei casi già firmato il contratto), Marocco (37 mila domande, 55% contratti), Moldavia (26 mila domande, 77% contratti) e Cina (22 mila domande, 50% contratti )

Per la prima volta, il Viminale pubblica anche il dati disaggregati per provincia, con la situazione registrata in ogni Sportello Unico per l’Immigrazione. Questa  si rivela estremamente variegata, tanto che converrebbe ormai parlare di regolarizzazioni più che regolarizzazione.

Succede così che ad Aosta, Belluno, Gorizia, Isernia, Siena e Nuoro hanno smaltito ormai  il 100% delle domande, mentre a Catania, Messina, Napoli, Palermo, Torino e Treviso non sono nemmeno al 50%.

Considerato che solo Napoli, tra le province ritardatarie, ha un numero di domande decisamente elevato (23mila), a che si devono i rallentamenti? Controlli eccessivamente macchinosi o severi? Maggiore incidenza di domande “problematiche”? Personale più scarso che altrove? Un’organizzazione inefficiente degli uffici?

Napoli, che è appena al 26% del lavoro, indossa per ora la maglia nera della regolarizzazione e chiude quindi anche la top five delle province con più  domande, le altre sono Milano (44 mila domande, 57% smaltite), Roma (32 mila, 63%),  Brescia (11 mila, 64%) e Bergamo (9 mila, 77%).

Scarica i dati per provincia e per nazionalità dei lavoratori

Elvio Pasca

Regolarizzazione  finita, la stragrande maggioranza delle volte bene, per quasi due terzi dei trecentomila lavoratori domestici  coinvolti. Ma c’è una situazione a macchia di leopardo, con province che hanno già smaltito tutte  le domande e altre che sono solo all’inizio del cammino.

Il ministero dell’interno ha pubblicato ieri un report aggiornato al 5 giugno secondo il quale il 65% delle domande di regolarizzazione sono ormai “definite”, si sono cioè concluse con la firma del contratto di soggiorno tra famiglie e lavoratori (59%), oppure con una rinuncia o una bocciatura (6%).  In termini assoluti, su 295 mila domande, si registrano 174 mila contratti firmati, 2 mila rinunce, 16 mila rigetti e 173 mila permessi di soggiorno richiesti dai lavoratori.

I dati sulla nazionalità dei lavoratori rivelano che questa diventa un fattore chiave per l’andamento della domanda, come se su alcune comunità ci fossero più controlli e bocciature, forse dovuti alla maggiore incidenza di truffe o comunque di situazioni poco chiare. Considerando quelle maggiormente coinvolte nella regolarizzazione: Ucraina (37 mila domande, nel 73% dei casi già firmato il contratto), Marocco (37 mila domande, 55% contratti), Moldavia (26 mila domande, 77% contratti) e Cina (22 mila domande, 50% contratti )

Per la prima volta, il Viminale pubblica anche il dati disaggregati per provincia, con la situazione registrata in ogni Sportello Unico per l’Immigrazione. Questa  si rivela estremamente variegata, tanto che converrebbe ormai parlare di regolarizzazioni più che regolarizzazione.

Succede così che ad Aosta, Belluno, Gorizia, Isernia, Siena e Nuoro hanno smaltito ormai  il 100% delle domande, mentre a Catania, Messina, Napoli, Palermo, Torino e Treviso non sono nemmeno al 50%.

Considerato che solo Napoli, tra le province ritardatarie, ha un numero di domande decisamente elevato (23mila), a che si devono i rallentamenti? Controlli eccessivamente macchinosi o severi? Maggiore incidenza di domande “problematiche”? Personale più scarso che altrove? Un’organizzazione inefficiente degli uffici?

Napoli, che è appena al 26% del lavoro, indossa per ora la maglia nera della regolarizzazione e chiude quindi anche la top five delle province con più  domande, le altre sono Milano (44 mila domande, 57% smaltite), Roma (32 mila, 63%),  Brescia (11 mila, 64%) e Bergamo (9 mila, 77%).

Scarica i dati per provincia e per nazionalità dei lavoratori

Elvio Pasca

Fonte dal sito: www.stranieriinitalia.it/

 

Clandestinità: ecco le decisioni della Consulta

12 Luglio 2010

Giovedì scorso sono state depositate le decisioni della Corte Costituzionale sull’aggravante e sul reato di clandestinità, introdotti dal pacchetto sicurezza.

La Corte ha dichiarato incostituzionale (e quindi ha cancellato dal codice penale) l’aggravante,  che prevede un terzo della pena in più per chi commette un reato mentre si trova irregolarmente in Italia. Secondo la  sentenza del giudice Gaetano Silvestri questa è una discriminazione.

In tre distinte ordinanze firmate dal giudice Giuseppe Frigo viene invece ‘promosso’ il reato di ingresso e soggiorno illegale, punito con un’ammenda da 5 a 10mila euro. Secondo il giudice, il reato protegge “l’interesse dello Stato al controllo e alla gestione dei flussi migratori” senza entrare in contrasto con la Costituzione.

Scarica le sentenze della Corte Costituzionale su:

Aggravante di clandestinità

Reato di ingresso e soggiorno illegale nello Stato

Fonte dal sito: www.stranieriinitalia.it

Ho un permesso per motivi familiari ma vorrei separarmi dal mio coniuge: cosa devo fare?

12 Luglio 2010

Sono una cittadina cubana sposata, ho un permesso per motivi familiari. Lavoro, sono separata e non vivo più con mio marito. Vorremmo separarci legalmente: cosa dobbiamo fare? E il mio permesso che fine farà?

Risponde l’Avv. Mariangela Lioy da “Stranieri in Italia”

Per prima cosa devi separarti legalmente: la legge italiana contempla la separazione legale, quella che produce effetti che incidono sui rapporti personali e patrimoniali intercorrenti tra i coniugi.

Nel tuo caso, anche se sei separata di fatto (non vivete più insieme), devi comunque iniziare una procedura di separazione legale. Dovrai per forza ricorrere al giudice e presentare un ricorso davanti al tribunale del luogo di residenza.

Esistono due ipotesi di separazione : quella consensuale e quella giudiziale. La differenza è data dalla sussistenza o meno di un accordo tra i coniugi: nel primo caso i coniugi sono d’accordo nel separarsi, nell’altro caso o uno dei due non vuole separarsi o non riescono a raggiungere un accordo.

In ogni caso bisogna adire l’autorità giudiziaria, con la separazione consensuale i coniugi depositano il ricorso e devono presentarsi di persona davanti al giudice il giorno della convocazione. Il giudice tenterà una conciliazione.

Nel caso in cui i coniugi non sono d’accordo (anche solo uno dei coniugi), si può chiedere la separazione giudiziale.

La prima udienza del giudizio prevede la comparizione personale dei coniugi davanti al presidente del tribunale ed avviene con le stesse modalità della separazione consensuale.

Peculiarità della separazione giudiziale è la possibilità dell’addebito della separazione ad uno dei coniugi. È infatti possibile che uno dei coniugi chieda espressamente al Tribunale di dichiarare l’altro coniuge come unico responsabile del fallimento coniugale.

Con la procedura della separazione consensuale dopo la presentazione del ricorso verrete chiamati dal Presidente del tribunale: verrà fissata un’udienza alla quale dovete comparire personalmente e vi sarà chiesto se siete ancora interessati a separarvi. Se la riconciliazione non riesce, il procedimento prosegue con l’omologazione. L’omologazione è il controllo sulla conformità e compatibilità degli accordi di separazione alla legge e conferisce piena efficacia agli accordi di separazione.

Passati i tre anni potrai chiedere il divorzio che permette lo scioglimento e la cessazione degli effetti civili del matrimonio.

Per quanto riguarda il tuo permesso tieni presente che se al momento del rinnovo non sussiste più la convivenza con tuo marito: il permesso ti verrà ritirato perché non sei in possesso più dei requisiti per cui il permesso ti è stato rilasciato.

Ma nel tuo caso, dato che già lavori, conviene farti convertire il permesso: devi cioè chiedere subito la conversione del tuo permesso di soggiorno da motivi familiari a motivi di lavoro.

In questo modo ti verrà rilasciato un nuovo permesso di soggiorno per motivi di lavoro.

Fonte dal sito: www.stranieriinitalia.it

Stagionali e autonomi: così i visti

9 Luglio 2010

Il ministero degli Affari Esteri  ha emanato una circolare  che spiega nel dettaglio  alcuni passaggi  a seguito dell’emanazione  del decreto flussi 2010 per lavoro stagionale.

Il decreto flussi 2010 ha messo a disposizione  un contingente di 80.000 unità per lavoro subordinato stagionale e 4000 per lavoro autonomo.

I chiarimenti riguardano alcuni   passaggi operativi per la trattazione delle domande di visto per  le due tipologie d’ingresso.

Il decreto autorizza l’ingresso di 80.000 lavoratori stagionali provenienti dalla Serbia, Montenegro, Bosnia- Herzegovina, ex Repubblica Yugoslava di Macedonia, Kosovo, Croazia, India, Ghana, Pakistan, Bangladesh, Sri Lanca ed Ucraina. Tunisia Albania , Marocco Moldova e Egitto, stranieri  già titolari di permesso di soggiorno per lavoro subordinato stagionale negli anni 2007, 2008 e 2009.Il visto di ingresso per lavoro stagionale subordinato potrà  essere rilasciato  solo in presenza di nulla osta telematico nominativo che viene inviato direttamente dallo Sportello Unico per l’Immigrazione.

Per quanto riguarda, invece, i lavoratori autonomi il decreto ha autorizzato l’ingresso di 4.000 lavoratori, di questi  2500 sono destinate al rilascio di nuovi visti d’ingresso, le restanti 1500 sono destinate alle conversioni di permessi di soggiorno già rilasciati.

 Ai cittadini libici sono destinate 1000 quote  nell’ambito delle 2500 destinate ai nuovi visti.

Per quanto riguarda le 2500 quote per lavoro autonomo la circolare elenca i soggetti destinatari.

In particolare gli imprenditori che svolgono attività di interesse per l’economia italiana, la  valutazione dell’interesse per l’economia italiana resta di competenza esclusiva della Rappresentanza Diplomatica.

I liberi professionisti ma escludendo  i  titolari  di contratti di collaborazione(coordinata e continuativa, o dei titolari di contratto a progetto).

Vengo invece inseriti    i soci  o degli  amministratori di società non cooperative, e anche i titolari di contratto per prestazioni di lavoro autonomo  in questo caso   il rilascio del visto in favore di queste categorie  può avvenire solo quando la società in Italia risulta attiva da almeno tre anni

Nell’elenco vengono ricompresi anche  artisti di chiara fama internazionale e di   alta qualificazione professionale, ingaggiati da enti pubblici e privati, provenienti da Paesi extracomunitari che contribuiscono finanziariamente agli investimenti effettuati dai propri cittadini  sul territorio nazionale.

La circolare inoltre stabilisce  che la disponibilità del reddito annuo richiesto ai fini dell’ottenimento del visto che non può essere inferiore  a 8500 euro ed inoltre  non può essere dimostrata mediante fidejussione bancaria o polizza fideiussoria.

Chi vuole intraprendere  in Italia  l’attività imprenditoriale dovrà dimostrare l’attestazione relativa all’astratta individuazione delle risorse necessarie rilasciata dalla camera di commercio che  non potrà essere inferiore a euro 4.962,36

 

Scarica Circolare

 

Fonte dal sito: www.stranieriinitalia.it

In viaggio per l’estate

8 Luglio 2010

Quando programmano le vacanze estive, gli stranieri in Italia non devono solo contare giorni di ferie e soldi nel portafoglio, ma anche tener presente la situazione del loro permesso di soggiorno. Vediamo come regolarsi per non rischiare di rovinarsi le ferie.

Chi ha un permesso valido può tornare in patria e quindi rientrare in Italia quando vuole, l’importante è portare con sé il permesso.

Può poi spostarsi per turismo, senza chiedere visti, in tutti i Paesi Schengen: Belgio, Francia, Germania, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo, Spagna, Austria, Grecia, Danimarca, Finlandia, Svezia, Islanda, Norvegia, Slovenia, Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Malta e Svizzera. Se invece sceglie un Paese non Schengen, deve verificare se in base agli accordi  con il proprio Paese d’origine ha bisogno di un visto per visitarlo.

Per chi invece attende il rinnovo del permesso di soggiorno, il viaggio di andata o di ritorno tra l’Italia e il proprio Paese d’origine non deve prevedere il passaggio o scali in un Paese Schengen. Bisogna portare con sé il passaporto, il permesso scaduto e la ricevuta dell’ufficio postale (cedolino) da esibire alla polizia di frontiera.

Chi attende il primo permesso di soggiorno per lavoro o ricongiungimento familiare può viaggiare nell’Area Schengen solo se ha un visto di ingresso del tipo “Schengen uniforme” valido per tutta la durata del viaggio, altrimenti può solo viaggiare tra l’Italia e il suo Paese d’origine senza tappe europee. In ogni caso, insieme a cedolino e passaporto, dovrà esibire il visto rilasciato dal consolato che specifica il motivo del soggiorno in Italia.

Colf e badanti che attendono la regolarizzazione dovranno invece passare l’estate in Italia, perché la ricevuta delle domanda non è un documento valido per passare la frontiera.  Solo dopo aver firmato il contratto e presentato la domanda per il rilascio del permesso di soggiorno potranno quindi fare le valige e partire finalmente per una meritata vacanza.

Elvio Pasca

Fonte dal sito: www.stranieriinitalia.it