Cosa fare per difendersi

Indice dei contenuti

- Azioni di prevenzione e promozione di comportamenti non discriminatori nel luogo di lavoro
- Azioni di prevenzione e promozione di comportamenti non discriminatori nell’offerta dei servizi
- Attività dell’UNAR
- Tutela giudiziaria ai sensi dell’art. 44 TU 286 98
- Azione civile contro la discriminazione
- Azione penale contro la discriminazione

 

Azioni di prevenzione e promozione di comportamenti non discriminatori nel luogo di lavoro :

    • Adozione di un codice etico che individui regole di     comportamento anti-discriminatorio a livello sia orizzontale (tra lavoratori) che verticale (datore di lavoro – dipendenti)
    • Adozione di norme e regole anti- infortunistiche tradotte nelle lingue di provenienza dei lavoratori;
    • Creazione di spazi comuni destinati all’integrazione;
    • Previsione di mense con diversità di cibo;
    • Creazione di luoghi di culto;
    • Conoscenza multi-lingusitica quale strumento di: riduzione della vulnerabilità psicologica, facilitazione di dialogo e integrazione, sviluppo del senso di soddisfazione al lavoro;
    • Conoscenza delle potenzialità e delle competenze di ciascun soggetto che potranno essere usate all’interno del luogo di lavoro come strumento di arricchimento;
    • Interiorizzazione delle politiche anti-discriminatorie aziendali per sviluppare il senso di appartenenza del lavoratore all’azienda;
    • Programmazione di un calendario lavorativo che favorisca il rispetto delle festività di altri paesi.

 

 

Azioni di prevenzione e promozione di comportamenti non discriminatori nell’offerta dei servizi:

    • previsione di condizioni paritarie nei contratti di locazione;
    • previsione nel regolamento del condominio di regole di condotta anti-discriminatorie in merito all’emissione di odori ed all’uso di spazi comuni;
    • non favorire l’inserimento dei criteri di cittadinanza nell’offerta relativa alla locazione di immobili ed alle tipologie di lavoro che non siano strettamente collegate con l’esercizio del potere pubblico;
    • favorire i momenti di incontro tra minori di diversa nazionalità ed etnia;
    • previsione di mutui ed erogazione di servizi finanziari improntati al principio di parità di trattamento;
rendere il sistema sanitario nazionale (SSN) rispondente ai cambiamenti culturali e strutturali dovuti alla presenza degli stranieri e, quindi, creare le condizioni perché ogni immigrato possa ricevere un elevato livello di assistenza.

A tale fine occorre:

  • rendere accessibili i servizi offerti dal SSN attraverso la conoscenza delle lingue;
  • promuovere la fruibilità dei servizi;
  • orientare la formazione dei medici e degli operatori sanitari alla conoscenza ed al rispetto delle diversità;
  • promuovere studi e ricerche sulla diffusione dell’HIV, sulle politiche di prevenzione in campo sanitario, nel settore materno-infantile, in materia di infortuni sul lavoro, in merito alle condizioni sanitarie della popolazione Rom;
  •     proteggere la salute mentale attraverso interventi psicologici e psichici sui rifugiati ed i richiedenti asilo che hanno subito torture, sui minori e sulle donne.

 

 

Attività dell’UNAR: Ufficio Nazionale Antidiscriminazione Razziali:

L’UNAR istituito con direttiva 2000/43/CE per la parità di trattamento tra le persone indipendentemente dalla razza e dall’origine etnica recepita in Italia con il d. lgs. 215/2003, svolge attività di:

    •     prevenzione delle discriminazioni razziali ed etniche;
    •     promozione di progetti ed azioni positive;
    • rimozione di comportamenti ed atti discriminatori e dei loro effetti;
    •     verifica e monitoraggio dell’applicazione del     principio di parità di trattamento.

L’UNAR può essere contattato attraverso il NUMERO VERDE GRATUITO   800.90.10.10.   attivo dal 10 dicembre 2004  tutti i giorni, dalle ore 10 alle 20 disponibile in italiano, inglese, francese,spagnolo, arabo, russo, rumeno, cinese mandarino. Ma anche: Hindi, Urdu, German, Kurdish, Curmanci, Farsi, Turcmeno, aseri, dari, turco, pashtu, lingala, kikongo, singole e punjabi.

Tutela giudiziaria ai sensi dell’art. 44 TU 286/98:

Quando il comportamento di un privato o della pubblica amministrazione produce una discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi, il giudice può, su istanza di parte, ordinare la cessazione del comportamento pregiudizievole e adottare ogni altro provvedimento idoneo, secondo le circostanze, a rimuovere gli effetti della discriminazione.
Potrà proporre un’azione contro la discriminazione chiunque ritenga di essere stato vittima di:

- una discriminazione diretta, quando, per la razza o l’origine etnica, una persona è trattata meno favorevolmente di quanto sia, sia stata o sarebbe trattata un’altra in  situazione analoga;

- una discriminazione indiretta quando una disposizione, un criterio, una prassi, un atto, un patto o un comportamento apparentemente  neutri possono mettere le persone di una determinata razza od origine etnica in una posizione di particolare svantaggio rispetto ad altre persone.

 

 

Azione civile contro la discriminazione:

L’azione civile contro la discriminazione è espressamente prevista dall’art. 44 del TU 286/98 La sua formulazione è stata recepita e la sua portata è stata ampliata in maniera incisiva ed innovativa con i decreti legislativi 215/2003 e 216/2003 attuativi rispettivamente delle direttive  2000/43/CE e 2000/78/CE.
L’articolo 4 del d. lgs. 215/2003 prevede infatti, che la tutela giurisdizionale avverso gli atti ed i comportamenti di cui all’art. 2 del d. lgs. citato si attua nelle forme previste dall’art. 44 commi da 1 a 6 e 8 e 11 del TU.

L’azione civile contro la discriminazione si esercita nelle forme previste dall’art. 44 del TU 286/98.

Quattro sono i punti nodali:

1. Chi può porre in essere un’azione contro un     comportamento discriminatorio;

2. Come può essere introdotta un’azione civile contro la discriminazione;

3. Quale è l’onere probatorio a carico del soggetto che vuole agire contro una discriminazione;

4. Quali sono le possibili conseguenze di una azione contro la discriminazione.

1. Chi è legittimato a proporre un’azione contro un comportamento discriminatorio.
Chiunque può proporre una domanda tendente ad ottenere il riconoscimento della discriminazione presumibilmente commessa nei propri riguardi. La parte potrà agire personalmente, oppure tramite un’associazione legittimata ad agire, conferendo una delega che dovrà essere rilasciata a pena di nullità con atto pubblico o scrittura privata autenticata.
Sono soggetti legittimati ad agire unicamente le associazioni iscritte nel registro delle Associazioni e degli Enti che svolgono attività nel campo della lotta alla discriminazione ai sensi dell’art. 6, comma 2, d.lgs. 215/2003 e sono inserite in un apposito elenco approvato con decreto del 16 dicembre 2005 dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e dal Ministero per le Pari Opportunità. Le suddette associazioni potranno agire anche senza delega nelle ipotesi di discriminazione indiretta ossia quando non sia possibile individuare in modo diretto ed immediato le persone lese dalla discriminazione bensì emerga un interesse di gruppo.

2. Come si propone un’azione contro una discriminazione
La discriminazione può derivare sia da un comportamento di un privato che della pubblica amministrazione. La domanda si propone con un ricorso che verrà depositato presso la cancelleria del Tribunale del luogo del domicilio dell’istante.

3.   Onore della prova. Dati statistici e test situazionali
Possono essere utilizzati come strumenti di prova i dati statistici, ossia elementi di fatto in termini gravi, precisi e concordanti, che il giudice valuta sulla base delle presunzioni semplici. Perché il test sia convincente, deve essere garantito il massimo grado possibile di similitudine tra il soggetto che potrebbe subire la discriminazione e quello c.d. di controllo, che deve assomigliare al primo sotto ogni profilo, tranne per la caratteristica che deve essere testata e, quindi, l’appartenenza etnico-razziale.
La validità dei test situazionali è stata, comunque, riconosciuta idonea in quanto espedienti difensivi leciti dal Tribunale di Novara, sentenza del 14.04.2003 e dal  Tribunale di Latina, sezione lavoro, sentenza del 20.10.2004.

4.  Decisione – profilo sanzionatorio
Accertata la discriminazione il giudice può:

•   in caso di elusione, prevedere la possibilità di agire in sede penale ai sensi dell’articolo 388 c.p. (sanzione penale nel caso di inosservanza ad un comando del giudice);

•   nel caso in cui si accertino atti o comportamenti posti in essere dalle imprese alle quali siano accordati benefici statali o regionali, o che siano appaltatrici di opere pubbliche, si prescrive l’obbligo di comunicazione alle pubbliche amministrazioni ai fini della revoca dei benefici e, nei casi più gravi, l’esclusione per i successivi due anni dalla concessione di ulteriori  appalti.

Il giudice, inoltre, accogliendo la domanda, potrà non solo fare cessare il comportamento o l’atto discriminatorio, ma potrà ordinarne l’ eliminazione degli effetti. Il provvedimento finale può, inoltre, trovare pubblicità in un quotidiano di tiratura nazionale a spese del convenuto autore della discriminazione. Accordare una somma a titolo di risarcimento del danno.

 

Azione penale contro la discriminazione:

L’azione penale per la discriminazione, contrariamente a quella civile, non richiede una procedura particolare. Infatti, chiunque, ritenga di essere stato vittima di un comportamento discriminatorio, potrà presentare una denuncia o proporre una querela alle autorità competenti (ad esempio davanti alle autorità di pubblica sicurezza).
La querela ai sensi dell’art. 336 c.p.p. si propone mediante dichiarazione nella quale la parte personalmente od a mezzo di procuratore manifesta la propria volontà di procedere in ordine ad un fatto previsto come reato. L’iter che seguirà è quello previsto dalle disposizioni processuali penali ai sensi delle quali si avrà la trasmissione degli atti all’ufficio del Pubblico Ministero.
Deve essere segnalato che, tuttavia, sono rare le pronunce tendenti ad una repressione penale delle condotte discriminatorie. Una certa rilevanza è data dalla legge di ratifica del 1975 della Convenzione ONU per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale del 1966.
In particolare, l’art. 3 della l. 13 ottobre 1975, n. 654, così come modificato dalla l. 25 giugno 1993, n. 205, e poi dalla l. 24 febbraio 2006, n. 85 punisce chi:

•    ”propaganda di idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico”;

•    “istiga a commettere o commette atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi”;

•    ”in qualsiasi modo, istiga a commettere o commette violenza o atti di provocazione alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi”;

•    ”partecipa, presta assistenza, promuove o dirige organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi aventi fra i propri scopi l’incitamento alla discriminazione o alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi”.

Ma ancor più rilevante è che il nostro legislatore ha ritenuto che nel caso di “per i reati punibili con pena diversa da quella dell’ergastolo commessi per finalità di discriminazione o di odio etnico, nazionale, razziale o religioso, ovvero al fine di agevolare l’attività di organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi che hanno tra i loro scopi le medesime finalità” potrà essere, applicata la circostanza aggravante tendente a maggiorare la pena fino alla metà di quella prevista. Inoltre, è stata prevista la procedibilità d’ufficio “in ogni caso” dei reati aggravati dalla finalità di discriminazione razziale.
I Tribunali potranno, tra l’altro, applicare in caso di sentenza di condanna per uno dei reati di discriminazione, ulteriori pene accessorie, quali ad esempio: l’obbligo di svolgimento di attività sociale non retribuita, l’obbligo di rientro al proprio domicilio ad orari prestabiliti, la sospensione della patente di guida, del passaporto e di documenti validi per l’espatrio, il divieto di partecipare ad attività di propaganda elettorale per le elezioni politiche o amministrative, ecc.
La scarsità, tuttavia, dell’applicazione dello strumento dell’aggravante della finalità di discriminazione razziale è rilevabile da quanto indicato dalle stesse autorità italiane alla Commissione Europea contro il razzismo e l’intolleranza (ECRI), è stata applicata soltanto in tre casi nel 2001, in quattro nel 2002, in due casi nel 2003 e in nessun caso nel 2004 (cfr. Terzo Rapporto ed ultimo rapporto sull’Italia dell’ECRI, Strasburgo, 16 maggio 2006, § 9).

(Fonte: www.stranieriinitalia.it)

Torna all’indice dei contenuti

Torna alle guide anti discriminazione